Dal romanzo

Estratti

Alcune pagine scelte dal libro, pubblicate in anteprima. Il romanzo completo è in attesa di pubblicazione.

L’orso

Sotto il ghiaccio

Jan è poco più di un cucciolo quando un gioco sul lago ghiacciato lo mette faccia a faccia con un vecchio grizzly appena uscito dal letargo. L’inseguimento arriva là dove il lago si fa fiume e il ghiaccio non perdona.

Un orso immerso nell’acqua durante la pesca
Un orso immerso nell’acqua durante la pesca

L’orso, esasperato da quella reazione, nel tentativo di liberarsi dalle mascelle che lo ferivano, si alzò sulle zampe posteriori e con tutto il peso del corpo, ringhiando spaventosamente, si buttò con le zampe anteriori contro il lupo steso a terra.

Il ghiaccio, già compromesso da numerose crepe, cedette improvvisamente, facendoli affondare entrambi in acqua.

Sotto il ghiaccio, la temperatura del lago sfiorava lo zero. Sentirono immediatamente l’impatto fisico della differenza di temperatura. In quelle condizioni climatiche era impossibile sopravvivere bagnati per più di pochi minuti.

In breve tempo l’ipotermia rendeva insensibili le estremità, la circolazione veniva velocemente limitata alla zona centrale del corpo e già dopo pochi minuti iniziava un congelamento irreversibile degli arti.

Vennero entrambi fuori annaspando, nel tentativo di risalire sulla crosta dura ma sicura del ghiaccio, dimentichi dell’inseguimento, intenti a sopravvivere alla nuova situazione.

La corrente dell’emissario, in quel punto ancora debole, iniziò lentamente a fare leva sulla parte del corpo immersa, spostandola in direzione del fiume, cosicché si trovarono aggrappati con le zampe anteriori al bordo della frattura attraverso la quale erano sprofondati, fianco a fianco, a stretto contatto, toccandosi involontariamente nello strenuo tentativo di risalire.

La grande massa dell’orso fu la prima a essere travolta dalla lenta ma potente spinta dell’acqua. L’animale, incapace di trovare un appiglio che potesse sostenere il suo peso, frantumava il ghiaccio non appena faceva forza per sostenersi.

Venne a trovarsi sott’acqua, con tutto il corpo disteso parallelamente alla superficie. Rimase appeso, come un trapezista che, scivolato, si aggrappi alla corda con le ascelle facendo forza con le braccia. Solo il lungo muso rimaneva ancora fuori dall’acqua consentendogli di respirare. Ma la situazione era insostenibile. Presto, una piccola onda superò l’ostacolo e invase gli orifizi del naso.

L’acqua gli corse giù per la gola costringendolo a un violento colpo di tosse. La potenza della contrazione del diaframma gli provocò un generale sussulto dei muscoli e l’animale trasse a sé anche le zampe anteriori.

Un’area di circa un metro quadro attorno all’orso si spezzò, andando in frantumi, facendogli perdere la presa e mandandolo completamente sott’acqua.

In quell’istante, mentre affondava, l’animale vide il lupo che, più leggero, era riuscito a risalire sulla superficie del lago e, con un ultimo gesto disperato, morse la lunga coda che pendeva ancora in acqua, tenendola stretta con i denti.

Insieme vennero trascinati dalla corrente che sotto il manto ghiacciato era veloce e incontrastabile.

Percorsero diverse decine di metri sotto il ghiaccio, oramai disgiunti, con le fauci chiuse, gli occhi disperatamente aperti.

Era come essere immersi nella pece. L’acqua sembrava nera e la luce che proveniva dalla banchisa era soffusa, spaventosamente rassicurante.

Trasportati, affondarono di un paio di metri, iniziando ad accelerare man mano che si avvicinavano al punto in cui il lago si concedeva al fiume emissario.

Trascorsi circa trenta secondi dal momento in cui erano affondati, giunsero al fiume.

In quel punto l’acqua era profonda trenta centimetri e talmente veloce che il ghiaccio non era riuscito a formarsi.

Jan, grazie alle piccole dimensioni, fuoriuscì nuotando all’esterno, soffiando e starnutendo nel tentativo di espellere l’acqua inalata nei polmoni. Zoppicando sulla zampa sinistra, si diresse verso la riva dove cadde in preda a conati di vomito e tremiti di freddo.


Oltre i confini

Il vecchio caprone

In esplorazione oltre i confini del territorio, Jan assiste da lontano al dramma di una famiglia di capre di montagna travolta da una frana, mentre un branco sconosciuto si avvicina. Poi, sul calanco, il suo sguardo incrocia quello di un vecchio maschio dalle grandi corna.

Il vecchio caprone sul ciglio del calanco, contro il vuoto
Il vecchio caprone sul ciglio del calanco, contro il vuoto

Questi due pensieri lo fecero attardare. Rivolse nuovamente lo sguardo alla capra e ne colse un’espressione strana. Non si trattava di paura, l’animale si era svegliato ed evidentemente la frattura non gli consentiva di tentare nulla. I suoi piccoli belavano debolmente pervasi dallo sgomento che precede la morte, incapaci di muoversi.

Era ferma e guardava un punto del calanco a circa cinquanta metri da lei, più a monte.

Non comprese immediatamente.

Stava per morire, lei con i suoi piccoli, che cosa attirava la sua attenzione? Aguzzò la vista e riconobbe quello sguardo. Era l’afflizione colpevole di una madre che non aveva saputo proteggere i suoi piccoli. Si voltò e vide il maschio. Era un caprone maestoso, dalle corna lunghissime e ricurve all’indietro, simili a due scimitarre scolpite dal tempo.

Aveva i peli della pancia completamente bianchi e il mantello brizzolato. Un esemplare anziano nell’autunno di una vita passata pericolosamente. Quella ai piedi del dirupo era certamente la sua famiglia e, data l’età, non vi sarebbero state altre stagioni d’amore per lui. Stava guardando, impotente, la sua progenie morire. I suoi figli andarsene prima di lui.

L’espressione indefinibile del maschio si fondeva nelle lacrime che lentamente gli colavano giù per il mento. Jan non aveva mai visto tanta compassione condensata in uno sguardo. In quegli occhi si leggeva anche disperazione, risentimento, rabbia, sconforto ma soprattutto c’era una tristezza infinita. Era come se insieme alla frana fossero cadute giù dal dirupo le sue ragioni di vita, travolte da un destino funesto, frutto di un caso imprevedibile e drammatico.

Ascoltò la morte dei suoi cari, fatta di suoni agghiaccianti di ossa frantumate da potenti mascelle. Rimase immobile sino a che i rantoli non si esaurirono in un silenzio assordante della foresta che assisteva alla tragedia. Non si mosse neppure quando la vita riprese il sopravvento, quando gli uccelli ricominciarono a cantare e persino il fiume sembrò tornare a scorrere.

Allora, alzò lo sguardo al cielo, e belò.

Fu un suono lungo, interminabile. Un richiamo e un saluto insieme. Un gemito di sofferenza.

Poi saltò, deliberatamente, nel vuoto.

Il tempo sembrò rallentare e molti esemplari del branco alzarono la testa stupiti.

Il corpo senza vita rimbalzò più volte sulle pendici della montagna finendo proprio in mezzo a loro.

I lupi lo annusarono sospettosi, poi, forse sazi del lauto pasto, se ne disinteressarono.


Un’aquila nel cielo

Un volo senza ali

Per la prima volta lontano dal branco, solo in una valle sconosciuta, Jan chiude gli occhi e si lascia trasportare. Sarà il grido di un’aquila reale a riportarlo al mondo.

Un’aquila in volo sopra la valle
Un’aquila in volo sopra la valle

Era in pace con sé stesso e con la natura. Avrebbe voluto prolungare all’infinito quella sensazione di benessere.

In estasi, si rotolò su sé stesso più volte, centellinando quel momento come un elisir. Tutti i brutti pensieri, le tensioni interne, la rabbia, tutto quanto era scomparso lontano, a una distanza incalcolabile.

Chiuse gli occhi e si ritrovò a fluttuare nell’aria galleggiando sulla valle come un dirigibile. Sorvolava quelle vette imbiancate senza provare il gelo della neve né il soffio del vento. Come un astronauta seguiva rotte sconosciute prima vedendo il mondo da nuovi punti di vista.

Accelerò la velocità in direzione della pianura e vide un grande fiume allungarsi verso l’orizzonte. Seguì quel serpente di giada come in trance guardando il susseguirsi di foreste e pianure, sino ad arrivare a strani terreni disegnati geometricamente. Incontrò enormi formicai perfettamente intagliati nella roccia costruiti l’uno sull’altro, abitati da esseri mai visti prima che si muovevano su due zampe, come l’orso, ma più abili e piccoli, con il mantello privo di pelo. Ne vide a centinaia raccolti in spiazzi privi d’erba fra gigantesche colonne di pietra cesellate finemente.

Proseguì sul fiume giungendo infine a un punto in cui la terra spariva nell’acqua. Tutta la terra da lui all’orizzonte era sommersa di acqua come se un lago infinito avesse decretato terminati i domini della terra. Avanzò in quella distesa piatta, solcata da curiosi movimenti ondulatori. Vide di nuovo la terraferma, prima piccole isole, poi di colpo riprese possesso dell’orizzonte emergendo da abissali profondità marine.

Rivide quegli strani esseri e le loro costruzioni che sembravano popolare in gran numero quelle terre. Fece conoscenza con animali e alberi nuovi. Sorvolò deserti di sabbia battuti da venti infuocati e montagne bianche tormentate da bufere di neve.

Lo stridio potente di un’aquila lo riportò alla realtà.

Riemerse da una profondità inaspettata, guardando la superficie avvicinarsi lentamente.

Aprì gli occhi.

La luce intensa lo costrinse a richiuderli immediatamente. Li socchiuse, facendo abituare le pupille; era ancora pancia all’aria con la schiena arcuata e le zampe abbandonate mollemente. Scrutò con più attenzione il cielo dal quale aveva sentito provenire quel suono, poi la vide.

Era un’aquila reale, aveva una testa regale, dorata come il grano e un potente becco giallo a uncino; le zampe color ocra adunche e nodose che terminavano nelle unghie ritorte e affilate come coltelli davano un’impressione di grande forza.

L’apertura alare doveva sfiorare i tre metri ed era così perfetta che la muscolatura della schiena poteva muovere alcune penne remiganti singolarmente.

Sembrava immobile, eppure solcava il cielo a oltre settanta chilometri orari. Non un battito d’ali, non un movimento della testa. Solo gli occhi perlustravano sistematicamente la valle. Lo sguardo era duro, freddo, spietato ma anche maestoso, libero, assoluto. Ammirò, restandone completamente affascinato, quell’uccello che tante volte aveva guardato da lontano senza mai vedere veramente. L’aquila gridò nuovamente e il suo richiamo risuonò in tutta la valle in echi che andavano scemando in lontananza.


Esiliato

La promessa

Allo stremo delle forze, prigioniero in fondo a una forra da cui sembra impossibile risalire, Jan alza gli occhi verso l’unica fettina di cielo che gli è rimasta. È lì che tutto ricomincia.

Jan nella forra, tra rocce e acqua
Jan nella forra, tra rocce e acqua

Rimase su quella roccia per molte ore, sino a che dovette scendere per l’incapacità di sostenere quella posizione scomoda. Era mentalmente vigile e, pur spostando solamente gli occhi, continuava a guardarsi intorno. Fu colpito dall’azzurro del cielo. Erano le dieci del mattino di una bellissima giornata primaverile. La natura traboccava gioia di vivere.

Il profumo dei fiori risvegliò qualcosa in lui.

Un suono stranamente familiare gli fece alzare nuovamente la testa: era uno stridio secco, prolungato.

In quella fettina di cielo, vide passare lentamente un’aquila.

Un caleidoscopio di immagini iniziò a vorticargli davanti agli occhi della mente. Ripensò al significato che aveva attribuito al volo dell’aquila, a ciò che essa rappresentava per lui.

Era un simbolo, era il suo simbolo.

Esso diceva: “Io sono libera, lo sono sempre stata e sempre lo sarò. Fino alla morte”.

E in quella parola meravigliosa Jan riscoprì l’unico modo per essere liberi: lottare.

Non c’era altra via, nessuna scorciatoia: doveva lottare.

Se prima o poi fosse venuta la morte poco importava ma se voleva essere libero doveva lottare e sopravvivere. Non si sarebbe lasciato sorprendere nel sonno. Non avrebbe consentito alla morte di venirlo a prendere senza combattere.

Allora sentì una fredda determinazione invaderlo sin nel profondo della sua anima, provò un istinto ancestrale di sopravvivenza che non aveva mai sentito prima. Non era più una questione di principio; non era morale o ingiusto, ragionevole o insensato, corretto o disonesto: era un comando non negoziabile. Non si trattava di un parto della mente, perciò discutibile e opponibile, ma di un istinto primario, potente, irragionevole e involontario.

Si mosse per cercare un po’ di acqua. Con tutte le sfortune che gli erano capitate, ebbe un pizzico di buona sorte. Proprio alla sua destra vi era uno scolo sulla parete che, prima di disperdersi nella terra, veniva raccolto in una roccia a forma di catino.

Si avvicinò a quell’acqua smanioso di bere, ma prima di soddisfarsi, si fermò e vide la sua immagine riflessa nello specchio dell’acqua.

Lì davanti fece una promessa: “Mai più. Mai più mi capiterà nella mia vita di scendere tanto in basso. Di lasciarmi andare così. Da ora in avanti lotterò sino al giorno della mia morte e non sarò più infelice”.


Esiliato

Il primo sguardo

Sulla via del ritorno verso la sua valle, Jan riconosce i luoghi di un incontro che non ha mai dimenticato e rivede il branco che lo aveva affascinato. In mezzo a loro, una giovane lupa.

Jan vede Luna per la prima volta
Jan vede Luna per la prima volta

Mentre era intento a pensare al modo per riuscire a combattere Lupo Grigio e il suo branco, accadde una cosa straordinaria.

Si trovò a passare in una valle piuttosto stretta, a tre giorni di cammino dalla loro. Trovò l’ambiente stranamente familiare. Era abituato a correre per mesi in luoghi sconosciuti.

“Che strano!” pensò. Quel posto gli ricordava qualcosa. Poi, di colpo, gli venne in mente. Era il luogo dove aveva visto morire la famiglia di capre. Proprio quel posto che tante volte gli era tornato in mente. Si era chiesto spesso perché fosse stato colpito così profondamente da quell’episodio.

La morte degli animali era stata certamente tragica ma c’era di più. Talvolta si era persino convinto che era per via di quel branco. Gli era piaciuto fin dall’inizio. Una specie di armonia profonda sembrava regnare fra loro. Quella stessa armonia che forse rappresentava il suo “rimedio”.

Poi li vide. Era un branco di lupi di circa venti esemplari, proprio “quello”.

D’istinto si accucciò per non farsi notare. Ma poi, lentamente, allungò il collo sopra il cespuglio che lo riparava per vedere meglio. Molti esemplari erano in forma smagliante, ma alcuni sembravano vecchi e addirittura due cuccioli seguivano il branco in caccia.

Questo fatto lo colpì molto. Era difficile che animali anziani accompagnassero il gruppo. La morte del vecchio lupo del suo branco era ancora vivida nella sua memoria.

I cuccioli poi. Era quasi inaccettabile. Eppure, gli stavano dietro in silenzio, senza schiamazzi inutili.

Fu attratto da un esemplare in mezzo al branco. Era una femmina di circa due anni. Di taglia normale, aveva la pancia bianca come Layla e sfumature nel manto dello stesso color mandorla di Sara ma con venature grigie. Aveva il muso affilato e sornione, orecchie corte ma vigili, zampe molto lunghe e aggraziate. La coda, anch’essa bianca, finiva con un ciuffo nero.

Si trovò a fissarla senza spiegarsi perché. Inizialmente guardava tutto il gruppo muoversi, ma dopo averla vista, non riusciva a staccarle gli occhi di dosso.

Si sentì accaldato. Era fermo e neppure una lunga corsa avrebbe potuto farlo sudare a quel modo.

Poi, in un crescendo inspiegabile e immotivato, sentì il cuore battergli impazzito nel petto, come se si fosse gettato nel vuoto in un baratro privo di fondo e precipitasse a gran velocità.

Provò un tumulto nuovo, tanto sconosciuto quanto irragionevole.

Lui che aveva sondato i confini del pensiero, cercato le radici delle spiegazioni; che aveva raggiunto le vette dal mare e fatto ritorno; che aveva passato tre mesi nell’altura, atteso la liberazione dall’eremo per sei mesi e corso per un anno e mezzo.

Lui che sapeva del rancore e dell’odio come del perdono e dell’affetto.

Proprio lui si sentì travolgere, per la prima volta, dall’amore.


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© Gabriele Piermartini. Estratti pubblicati dall’autore in anteprima; riproduzione vietata.